Avvento come coscienza del tempo

Se l’avvento è la coscienza del tempo, è kairós imprevisto e atteso dai secoli, allora l’amicizia è in esso delineata come attesa e sorpresa. Trova il suo fondamento ultimo nella sapienza divina, è contrassegnata da valenza teologale. Ogni avventura della soggettività umana è questo incontro con l’altro e con l’Altro; intrecciando i livelli del tempo nel cuore umano, questa venuta è “come il fiordaliso del campo di grano” (D. Bonhoeffer); all’amore, cui spetta il primato assoluto (dell’amore di Dio) nel Cristianesimo, non si arriva se non attraverso i sentieri dell’amicizia, attraverso questa specie di ‘sacramento’ che è l’amicizia, che contiene la struttura di ogni amore umano (e di quello teologale). Ogni amicizia è simile all’arcobaleno del libro della Genesi (cf. Gen 9): la promessa di una vita che si rinnova e la garanzia di una sempre attuale possibilità di realizzare il (non) comandamento evangelico della carità.

La coscienza del tempo

Ogni vita umana è incontro, è il ‘tu’ che m’incontra per grazia, “un ‘tu’ che riempie la volta del cielo” (M. Buber). Perché ogni uomo è un breccia aperta sul Tu eterno. Pensare e dire ‘tu’ è l’unico modo per parlare a e di Dio, dal momento che Egli, col suo avvento, si rivela all’uomo nella relazione libera. Chi vive spontaneamente e coscientemente insieme tale esperienza, sa che essa è costituita da una qualità del donare che rimane nascosta sotto i segni, ma che noi siamo chiamati a svelare, a portare alla luce; sa che questo è proprio della sapienza. Inoltre sa che essa è uno speci-ficum che conduce a possedere una weltan-schauung (concezione globale del mondo senza ideologismi). Sa che la chiave di lettura di se stesso è la tenerezza, l’attenzione, fino a una prassi politica che diviene il respiro di Dio nell’esistenza della collettività, assorbendo il vigore del Logos (Verbum) e espugnando la definitività, dove finalmente l’immediatezza sarà compiuta. “A faccia a faccia”, profetizza la Scrittura (cf. Gv 17,24; 1 Cor 13,12; Ap 22,4).

Il tempo d’avvento


Il tempo d’avvento, che è tutta quanta l’esistenza umana, sussurra e urla il linguaggio della poesia, in grado di scavare solchi consistenti di comprensione e di gettare – dall’ombra alla luce – lampi che dischiudono l’orizzonte dell’ineffabile, del mistero imperscrutabile e amante che è Dio. Certamente, la preferenza accordata al linguaggio poetico, al pensiero e alle parole che si rendono conto dei propri limiti e si dispongono al silenzio, non esclude affatto i linguaggi concettuali: in virtù proprio dell’ avvento benevolo di Dio verso l’umanità peccatrice, la persona è di nuovo chiamata a cor-rispondere a Dio con la sua fede e a parlare di Lui in virtù di questa corrispondenza (analogia f idei). E qui richiesta quella dialettica misteriosa di silenzio/parola, condizione di un ascolto che scava, nell’assenza, la possibilità di una presenza. Il silenzio è come lo spazio in cui e da cui scaturisce e si leva la parola originaria, il silenzio dona profondità alla parola. Così il linguaggio del silenzio contemplativo, dove è possibile attraversare la ricchezza spirituale dell’altro e dell’Altro, penetra con delicatezza lo spessore personale, l’autenticità del mondo irrepetibile e dell’assoluta gratuità.

Ti potrebbe interessare anche: L’attesa e il Natale