Il bue e l’asino

il bue e l'asino


Da quando ci sono rappresentazioni della nascita di Gesù, vi sono sempre il bue e l’asino, anche se i due animali non sono nominati nemmeno in Luca. Eppure già Origene (t 254 ca.) ha posto il brano di Is 1,3 in relazione con la mangiatoia a Betlemme: “Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende”. Mentre gli esseri umani non riconoscono Gesù come il Messia, il bue e l’asino riconoscono nel bimbo posto nella greppia il loro Signore. Gregorio di Nissa (t 394) interpreta così l’immagine del bue e dell’asino: il bue indica la legge ebraica, alla quale egli è legato come al giogo; l’asino è il simbolo dei gentili. Difatti, egli porta il peso dell’idolatria. Tra il bue e l’asino vi è il bimbo divino, che libera sia gli ebrei che i gentili dal loro giogo e dal loro peso.

Il bue e l’asino: interpretazioni

il bue e l'asino


L’interpretazione dei padri della chiesa mostra chiaramente che il bue e l’asino sono intesi in senso simbolico. La loro interpretazione è comunque significativa. Con la prima immagine si indica che gli animali hanno un senso per Cristo, mentre gli esseri umani con argomenti chiassosi nascondono lo sguardo al mistero dell’incarnazione. Noi oggi ne daremmo un’interpretazione piuttosto nella direzione della psicologia del profondo, cioè come simbolo della natura impulsiva ed istintiva dell’essere umano. I nostri istinti e le nostre pulsioni comprendono meglio il mistero della trasformazione che diventa visibile nell’incarnazione di Dio in Gesù Cristo.

Le pulsioni possono essere trasformate in atti spirituali, gli istinti in sapienza. Lo mostrano molte fiabe. I due figli più anziani del re non badano a quanto gli animali dicono loro. Il più giovane dei figli, invece, ascolta gli animali. Accoglie la loro richiesta di aiuto. Per questo essi si trovano al suo fianco nelle situazioni critiche e gli mostrano la via per arrivare all’acqua della vita. Se ascoltiamo le nostre pulsioni e i nostri istinti, essi ci spingono alla greppia, nella quale si trova il bimbo divino, e ci mostrano la via per la vera vita.

Leggende sul bue e l’asinello

Chi, invece, reprime le proprie pulsioni e i propri istinti, chi vive solamente con la testa, perché vuole pilotare e decidere tutto a partire dalla testa, vive al di sotto delle proprie possibilità, rimane straniero a se stesso, in lui non può nascere niente di nuovo. Abbiamo bisogno degli animali, abbiamo bisogno delle pulsioni e degli istinti. Senza di essi non vi è rinnovamento nella vita, non si può rinascere. Il bue e l’asino alla greppia ci invitano a lasciare da parte i nostri condizionamenti razionali e a dedicarci umilmente agli animali che ci sono in noi. Sono più vicini al bimbo divino che non la nostra testa, che riflette solamente sul bimbo, senza riconoscerlo.
Molte leggende raccontano che il bue e l’asino hanno riscaldato con il loro alito il bimbo che aveva freddo. Sono come un luogo materno di protezione per il bambino. Similmente le pulsioni e gli istinti in noi sono un luogo di protezione che ci nutre e ci riscalda, nel quale può nascere e crescere in noi qualcosa di nuovo, senza che si raffreddi nel freddo di questo mondo.

Il bue e l’asino: pensieri filosofici…

Aniela Jaffé, una discepola di C.G. Jung, dice che sia lo spirituale che il naturale sono esperienze del numinoso e superano la ristrettezza dell’io. L’istinto e la natura spirituale fanno parte entrambi della totalità dell’essere umano e si trovano in una misteriosa relazione di reciprocità. Senza di essi l’essere umano non può trovare il proprio sé. Il bue e l’asino riscaldano con il proprio alito il bimbo divino: si esprime in modo figurativo che la parte naturale ed istintiva nell’essere umano può riscaldare e nutrire lo spirito, che lo spirito in noi senza questo slancio vitale diventa freddo e si irrigidisce.
Anche la seconda immagine dei padri della chiesa potrebbe essere per noi una lieta notizia. Bue ed asino, pulsioni ed istinti non sono solamente forze positive. In sé sono ambivalenti. Possono simbolizzare anche la parte pesante, dura, ottusa della legge e il peso dell’idolatria. Il bue, che ‘procede’ guardando fisso davanti a sé, e l’asino, che crolla sotto il peso che porta, sono immagini di comportamenti di vita che tutti conosciamo. Noi spesso percorriamo testardi la nostra strada, senza guardare a destra o a sinistra. Ci carichiamo troppo peso addosso, perché non abbiamo una misura.

Continuando…

Cristo nasce come un bambino nella nostra religiosità legalistica. Un bimbo non ha il senso della legge. Con il suo amore spontaneo manda a monte tutte le leggi. Non ha il senso del peso dell’idolatria, delle fatiche dell’ascesi da noi stessi scelta, con la quale noi pensiamo di costringere Dio nei nostri schemi e di poter fare del nostro io una divinità. Il bimbo crede che tutto sia facile. Invece di accollarci pesi, egli ci avvia verso la leggerezza dell’essere. Dal Natale promanano le due cose: la spontaneità dell’amore e la leggerezza dell’essere.
La Legenda aurea vede nel bue e nell’asino i rappresentanti di tutta la creazione. Tutta la creazione prende parte alla redenzione.

Lo esprimono molte leggende. Per alcune nella notte santa fioriscono le rose. Per altre la foresta si muta in un giardino pieno di fiori. Oppure la stessa natura inanimata è toccata dall’incarnazione di Cristo. La colonna di Romolo si spezza, da una fontana di Roma, nella notte di Cristo, sgorga olio invece di acqua. Le immagini di queste leggende ci mostrano che tutto in te e intorno a te può essere cambiato con l’incarnazione di Gesù, anche quanto è duro, inconscio, terreno, pulsionale. Tutto in te diventerà nuovo. Difatti, Ambrogio dice: “Non ci dobbiamo meravigliare che con la nascita di Cristo tutto diventi nuovo, poiché è nuovo proprio colui che nasce da una vergine”.

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La pace del Natale

la pace del natale


L’augurio centrale del Natale è che sulla terra ci sia pace. Nei discorsi del presidente tedesco in occasione del Natale viene sempre ripreso il tema della pace. Nella liturgia il tema della pace è continuamente toccato. Già i primi vespri del Natale iniziano con l’antifona Rex pacificus, cioè II re della pace. Gli angeli lodano Dio nell’accampamento dei pastori con il canto natalizio: “Gloria a Dio nell’alto e pace in terra agli uomini che egli ama” (Lc 2,14). Con la nascita di Gesù si mostra sulla terra lo splendore che spetta a Dio nei cieli. Se la gloria di Dio appare tra noi, è eliminata la frattura tra Dio e l’umanità, c’è pace tra Dio e l’umanità. Questa pace rende possibile anche la pace tra gli esseri umani. Difatti, solamente l’uomo alienato da se stesso e da Dio è incapace di pace. Quando è in pace con se stesso e vive in pace con Dio, manterrà la pace anche con i suoi fratelli e le sue sorelle.

La pace del Natale: il messaggio


Certamente, con il suo annuncio di pace natalizio Luca ha proposto un programma alternativo alla pace imperiale di Augusto. Luca collega apposta la nascita di Gesù all’imperatore Augusto, che ha dato l’ordine di registrarsi nelle liste dell’erario. Augusto per i contemporanei era il grande pacificatore, che aveva reso possibile la pace in tutto il mondo. Nell’anno 9 a.C. si era per questo costruita in Roma l’ara pacis, l’altare della pace. Nell’iscrizione di Priene, di questa stessa epoca, si legge: “La provvidenza, che domina su tutti i viventi, per la salvezza degli esseri umani ha colmato quest’uomo con tali doni da mandarlo a noi e alle generazioni future come salvatore; egli porrà fine a tutte le discordie”. Luca vuole mostrare ai suoi contemporanei che Gesù è il vero portatore della pace. Quando Gesù è nato in Betlemme gli angeli hanno annunciato la pace. Questa pace non è solamente una pace intramonda-na, ma ha le sue radici nella gloria di Dio, che si è chinato sulla terra nell’incarnazione del Figlio.

I riferimenti a Cristo


La pace che Cristo ci porta con la sua nascita non è solamente la fine delle guerre intramondane. Indica piuttosto lo stato di salvezza di tutto l’essere umano in tutte le sue componenti. Indica che l’essere umano può essere in completo accordo con se stesso, poiché si sa amato da Dio in tutto e per tutto. Con la nascita di Dio come un bambino l’essere umano può giungere all’armonia con se stesso. Egli sente che essere uomo non indica più alienazione, separazione dall’origine divina, come aveva pensato Platone. Se Dio diventa uomo, l’uomo può accettare incondizionatamente se stesso, scopre la propria dignità divina. Questa armonia con noi stessi ci rende possibile anche la pace con la creazione e la pace con gli altri. Non sono più nostri nemici. Se ci osteggiano, auguriamo loro la stessa pace che sperimentiamo nei nostri cuori.

La pace del Natale: pace interiore


A Natale faccio esperienza di questa pace interiore quando penso che Cristo è nato in me. Se guardo dentro me stesso, allora non incontro solamente i miei problemi, la mia lacerazione, i miei desideri delusi e le illusioni, le mie ferite e le mie malattie. Io sento che dentro di me vi è un luogo che è pieno di pace, poiché Cristo stesso vi abita. A partire da questo luogo interiore posso arrivare alla pace con me stesso e con la mia vita. Da questa esperienza di pace interiore provengono anche i pensieri di pace nei confronti del mio prossimo. Non vi hanno spazio pensieri aggressivi o pieni di rabbia. La pace non è per me solamente un appello perché io viva in pace con tutti. Piuttosto, la pace con gli altri scaturisce dall’esperienza della mia pace interiore. Io non devo affatto creare la pace. In me c’è pace, una pace che si diffonde da sola.

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La mangiatoia e le sue rappresentazioni

la mangiatoia


Nella descrizione della nascita di Gesù, Luca nomina due volte la mangiatoia nella quale era stato posto. Maria “lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo” (Lc 2,7). Probabilmente era una mangiatoia scavata nella roccia quella nella quale fu posto Gesù. A Betlemme vi erano case che erano costruite sopra una grotta. La grotta serviva all’alloggiamento degli animali. Vi erano mangiatoie di roccia e greppie scavate nella roccia. La parola greca katàlyma (locanda) indica certamente la stanza situata sopra la grotta. Poiché in questa stanza non vi era posto per il bimbo appena nato, rimaneva solamente la stalla con la greppia. E un’immagine della povertà del bambino, nel quale brilla la gloria di Dio. Due volte (Le 2,7.12) Luca ricorda anche che il bambino era stato avvolto in fasce. Evidentemente è riferimento al fatto che Gesù è un bambino reale, normalissimo e non un bambino prodigio.

La mangiatoia e le sue raffigurazioni


Nel corso della storia gli artisti hanno raffigurato la mangiatoia in svariatissime forme. In oriente prende la forma di una greppia di pietra, che sembra una tomba. Il bimbo è fasciato come un cadavere. Qui la greppia rimanda certamente al sepolcro di Gesù, dove Gesù è nato una seconda volta nella risurrezione. Solamente lì la morte è stata vinta per sempre. La nascita di Cristo è causa del fatto che noi nella morte rinasceremo alla vita ultraterrena. L’incarnazione, la passione e la risurrezione sono parti di una stessa scena. Nell’arte bizantina, ma anche in occidente vi è il tipo della greppia ad altare. Questa figura rimanda certamente all’eucaristia. Betlemme, tra l’altro, significa nella traduzione ‘casa del pane’. Nell’eucaristia si celebra sempre in modo nuovo il mistero dell’incarnazione di Dio. Vi mangiamo il pane che scende dal cielo. Nel medioevo la mangiatoia è per lo più raffigurata come greppia di legno, nella quale la paglia prepara un posto morbido per il bambino. Qui la greppia è inserita nella vita quotidiana dei contadini.

La mangiatoia e l’arte


L’arte, con le sue varie raffigurazioni della mangiatoia, ha sempre espresso un messaggio teologico. Si tratta della povertà di Gesù. Dio viene in grandissima povertà. E’ avvolto in fasce, avviluppato in stracci. Non viene nella gloria, ma in modo semplice. Dio è veramente diventato uno di noi. Sì, il bambino nella mangiatoia mostra che Gesù già dalla sua nascita è stato solidale con i poveri di questo mondo, che egli ci appare soprattutto nel volto dei poveri. Gesù è posto in una mangiatoia che contiene il cibo per gli animali. Poiché gli esseri umani non l’accolgono, giace dove gli animali hanno nutrimento. Gli animali, invece, gli lasciano la loro mangiatoia. Lo accolgono. La natura irrazionale sente che in quel momento una madre ha bisogno di un posto per il suo bambino. Al contrario le persone umane, che riflettono troppo, se la squagliano di fronte alla richiesta di aiuto. Altri aiutano, senza pensarci su troppo. E’ come un riflesso. E’ ovvio che si diano da fare quando qualcuno si trova in difficoltà. Hanno un sesto senso per il Figlio di Dio divenuto uomo. Lo vedono in colui che ha bisogno del loro aiuto, senza rendersene conto.

La visione del popolo


Il popolo ha raffigurato amorevolmente la mangiatoia fin dal medioevo. In tutti i popoli vi sono raffigurazioni della mangiatoia. Gli artisti hanno raffigurato la nascita di Gesù in mezzo al proprio mondo, nella vita quotidiana dei campi o nel mondo degli artigiani. Nel presepe compaiono i rappresentanti della società del tempo. Tutto il mondo è in pellegrinaggio verso la greppia per adorarvi il bambino. L’origine di questa ‘pietà da presepe’ è stata non solamente la celebrazione natalizia del presepe, fatta da S. Francesco nel 1223 nel bosco di Greccio insieme ai confratelli e a moltissima gente, ma soprattutto fu l’usanza della ‘culla del bambinello’, diffusasi soprattutto nei conventi delle domenicane. Le monache dovevano portare un Bambino Gesù di cera all’entrata in convento.

Durante il tempo di Natale dovevano prepararsi con esercizi spirituali alla nascita del bambino divino. Per il tempo di Natale questo bambino era accudito come un infante vivo, riceveva baci e portato al seno e riposto a dormire. Mentre le monache portavano il piccolo al seno e lo ninnavano, si immergevano nel proprio amore a Gesù. Il fatto di cullare il bambino era parte della loro mistica d’amore. Corrispondeva alla richiesta profonda di rendere vivo e sensibile l’evento misterioso della nascita di Gesù per risvegliare un profondo amore per il Figlio di Dio fatto uomo. Il fatto di cullare il bambino era usuale anche presso il popolo. Molti canti natalizi dei secoli xiv e xv sono ninne nanne. Li si cantava nella liturgia mentre il sacerdote cullava il bambino mostrandolo al popolo.

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Il giorno di San Nicola: la storia

il giorno di s. nicola


Il giorno di San Nicola è la festa dei bambini. Tuttavia, al di là delle falsificazioni che questo santo ha subito nel corso dei tempi, sarebbe importante capire il vero segreto di questa persona. In Russia, Nicola è il santo più onorato dopo Maria. La gente è talmente affascinata da lui da rappresentarlo sempre sulle icone. Io stesso ho nella mia cella un’icona di San Nicola. Mi viene incontro una persona che è divenuta in tutto e per tutto amore, che promana dolcezza e bontà. Nicola rappresenta la persona paterna, che si dà da fare quando gli altri sono nel bisogno, che è capace di compassione, che aiuta con discrezione. In molte regioni è considerato il santo da invocare quando si vivono difficoltà personali. Scopriamo tutto ciò che c’è da sapere sul giorno di S. Nicola.

Leggende del Giorno di San Nicola

Se osserviamo le leggende riguardo il giorno di S. Nicola e quelle che si sviluppano attorno alla sua persona, hanno tutte una profonda importanza per la nostra vita. Quando Nicola vede che un povero suo vicino vuole vendere le sue tre figlie in un bordello, getta tre volte un sacco d’oro per la finestra, perché ogni figlia possa avere una dote sufficiente per il matrimonio. Sente quale tribolazione sia per un padre utilizzare le proprie figlie per poter egli stesso sopravvivere. Egli entra in azione perché le figlie possano percorrere la loro strada e non siano più utilizzate dal padre per i propri scopi. Nei confronti della figura paterna negativa, Nicola rappresenta la figura del padre che lascia liberi i figli, che rende loro possibile seguire il proprio desiderio.
Una signora andò in fretta alla chiesa per sincerarsi del fatto che Nicola fosse stato ordinato vescovo. Quando tornò a casa, trovò il bambino completamente ustionato, perché si era avvicinato troppo alla stufa. Lo porta a Nicola. Questi lo benedice. Il bimbo torna sano. Qui si tratta di una madre che trascura il proprio bambino, perché le sembra più importante seguire la propria curiosità. È talmente occupata dai propri pensieri che dimentica il proprio bambino. Nicola, qui, come figura paterna supplisce anche la madre; ha anche aspetti materni. Egli crea un clima, nel quale i bimbi possono tornare sani.

il giorno di s. nicola

La bontà di S. Nicola


Nicola prende la parte di tre cittadini condannati ingiustamente. Egli strappa al boia la spada e chiede al giudice di rendere noti i motivi della condanna. Il giudice si inginocchia tremante, riconosce la sua colpa e chiede di non denunciare all’imperatore il fatto. Similmente il vescovo prende le parti di tre comandanti imperiali condannati. E’ l’uomo onesto. Non può restare ad assistere, quando qualcuno è condannato ingiustamente. E’ il padre che dà ragione ad ognuno dei figli, che dà a ciascuno quanto è giusto perché possa vivere giustamente.
Se tu osservi te stesso alla luce di queste leggende, puoi domandarti se tu utilizzi i tuoi bambini o i tuoi amici e se tu li lasci liberi, se tu trascuri il tuo lato paterno o materno.

S. Nicola ti darà il coraggio di riscoprire i tuoi lati paterni e materni. In te si trova la figura archetipa del padre, che protegge gli altri e li incoraggia alla vita. Qui risiede la figura della madre, che dona sicurezza e protezione agli altri, che li nutre e cura le loro ferite. In te vive l’uomo mite ed onesto, che vede la necessità degli altri. L’usanza di regalare il giorno di S. Nicola dei dolci ad altre persone è per questo molto significativa. Non guardare solamente a te stesso, ma anche a coloro che soffrono per l’amarezza della loro vita. Forse S. Nicola risveglierà in te la fantasia per riuscire ad addolcire la loro vita.

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La storia dell’avvento

La storia dell’avvento. Avvento è parola che indica attesa di qualcuno che sta per venire. Le notizie storiche sulla sua origine, come tempo liturgico, sono scarse e incerte. Così come lo conosciamo è noto solo in Occidente. In Oriente c’è soltanto una breve preparazione al Natale. L’Avvento è andato organizzandosi intorno alle due celebrazioni del … Leggi tutto

Il mistero del Natale

il mistero del natale

Il mistero del Natale. L’espressione più alta e matura del mistero del Natale, della “Parola come Bambino” (H. U. von Balthasar) è riscontrabile all’inizio del quarto Vangelo. Nel cosiddetto ‘prologo di Giovanni’. “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio… E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi, e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito del Padre, ricco di grazia e di verità” (1,1.14). Se si riflette a fondo su questo passo (il Lògos si fece sàrx) si nota che in principio, cioè prima di noi, era la Parola, prima di noi ci fu un senso (e non il caso, o un baratto), e questa Parola era presso Dio, anzi, è Dio. In secondo luogo si scorge la venuta della Parola nel mondo: in modo sorprendente, Dio “manda sulla terra la sua parola” {Sai 147,15), viene in un uomo in carne e ossa. In terzo luogo c’è 1′ azione della Parola, “piena di grazia e di verità”, che richiede accoglienza (“a quanti l’hanno accolto…”) e fede. Il dono trascendente che ci fa essere ‘generati’ da Dio.

Il mistero del Natale


Si comprende così che non si tratta di un agire atemporale o astorico di Dio (come nel mito), o di un avvenimento puramente interiore alla coscienza umana. Si tratta invece di un ingresso di Dio nella storia, assunta nella sua concretezza e caducità. L’avvento di Dio in un uomo può sembrare strano alla dura cervice dell’uomo, taluni non lo compresero e tuttora. Dio esaudisce le nostre invocazioni in modo diverso da come pensiamo: delude le nostre speranze nel momento in cui le esaudisce. Come ricorda Pascal, per la venuta di Gesù «il tempo fu predetto in maniera chiara e il modo per mezzo di figure», così che l’accoglienza del Messia fosse – da parte dell’uomo – un atto di libertà (è lo stesso motivo della dottrina del Deus absconditus). La ‘credibilità’ di Dio risiede innanzitutto nel fatto che l’accoglienza (del suo progetto), che l’atto di fede è un atto di libertà. Infatti la dialettica fra nascondimento e manifestazione di Dio, che è fondamentale per la presenza del Regno di Dio nel mondo. Nello stesso tempo la condizione di possibilità della libertà nel rapporto fra l’uomo e Dio.

Il mistero del Natale secondo Giovanni


Il teologo amico di Gesù – Giovanni – ha saputo vedere nella luce che veniva fra le tenebre il paradosso della presenza di Dio. Nel nascondimento della carne, segnata dalla passione e dalla morte, Gesù di Nazaret manifesta il suo ‘io’, la sua identità personale, essendo la Parola di Dio preesistente l’incarnazione. Così, nel “Gesù venuto nella carne” (2 Gv 7), vi è la condizione indispensabile per la rivelazione perfetta e escatologica di Dio. Gesù nascente è “l’epifania di Dio nella nostra storia” (K. Rahner), è l’icona visibile del Padre invisibile (cf. Gv 12,45). Tutto ciò significa che il cammino della verità divina (rivelazione di Dio), come quello del dono della vita di Dio per la nostra salvezza, si trova nella persona stessa di Gesù, l’uomo Gesù Cristo come mediatore unico tra Dio e l’uomo, rivelatore del mistero di Dio e del mistero dell’uomo che s’incontrano.

I riferimenti natalizi

L’avvento della luce che illumina la vita di ogni uomo (cf. 1,9), una così luminosa rivoluzione, finisce per chiarire le ombre e i dubbi, fugare le paure, convincere gli increduli. Il quarto Vangelo, apparentemente privo di riferimenti natalizi, è in realtà una profonda meditazione sul mistero dell’incarnazione. Rispetto al resto del Nuovo Testamento, Giovanni esplicita quello che potremmo chiamare l’altro fuoco dell’ellisse. Con la teologia dell’incarnazione del Verbo viene introdotto un secondo fulcro riguardante l’inizio della vita terrena di Gesù, mentre gli altri Vangeli, gli Atti degli Apostoli e la teologia di Paolo sono più concentrati sull’annuncio del mistero pasquale (di morte e di risurrezione) di Gesù. Oltre a tener fisso questo fulcro, costituito dall’ ‘ora’, Giovanni esplicita il fulcro dell’incarnazione, della venuta del Verbo di Dio nella visibilità della carne, portando alla più alta evoluzione la cristologia del Nuovo Testamento, dando la chiave per la comprensione globale del mistero di Cristo. In una pregnante espressione, guardando il Cristo in croce (cf. Me 15,34), il poeta dell’Incarnazione C. Péguy dice che il Crocifisso “rivede l’umile culla della sua infanzia, nella quale il suo corpo fu deposto per la prima volta”.

Riflessione teologica secondo Giovanni


La riflessione teologica di Giovanni può raggiungere tutti: l’amico s’è posto di fronte al mistero, ha intravisto che Dio ha voluto comunicare al mondo se stesso, che tale irruzione di Dio nel mondo è avvenuta in Gesù di Nazaret. Pertanto, l’accettazione, da parte di Dio, di Gesù, è l’accettazione di un’umanità che va facendosi gradualmente ‘eristica’, di un’umanità che contempla il Dio-Trinità come assoluta autocomunicazione all’uomo.
Con l’incarnazione del Lògos eterno e la corrispettiva venuta dello Spirito Santo, l’uomo non è lasciato ‘lontano’ da Dio, ma Dio l’accoglie nella sua ‘famiglia’. Tutto questo messaggio teologico del natale, lungi dall’essere sperimentato solo dal già credente, può toccare le corde anche di uomini dubbiosi, o il cuore, talvolta pieno di vuoto, degli indifferenti. Questi uomini infatti, nell’ultima loro dimensione, pur non dimenticano, e quasi ne hanno nostalgia, l’aspirazione alla vita infinita di libertà e di pienezza, e quasi percepiscono, seppur in modo non sempre pienamente cosciente, l’eco di un’offerta già attuata da parte di un Dio ‘sconosciuto’ (o ‘dimenticato’) e comunque presente e veniente.

Il messaggio del Natale

Il messaggio del Natale, conservato nella pienezza dei testi biblici, progressivamente esposto nel corso della storia della fede, può ampliare una motivazione che ogni uomo ritiene di percepire in sé come l’esperienza più intima del proprio spirito. E come esperienza diffusiva del proprio spirito: la voce che nasce nella propria coscienza, che sorge nel cielo stellato. “La nascita di Cristo -insegna s. Massimo – dovremmo chiamarla piuttosto la nascita del mondo-, egli infatti nasce in questo giorno per la salvezza dell’universo. Nasce in questo giorno la luce al mondo, la vita ai morti, la risurrezione ai mortali; perciò oggi è il Natale non solo del Signore, quanto della salvezza”.
Per finire questa riflessione: se la prima creazione (dal nulla) dà all’uomo la coscienza immediata, la seconda creazione (di nuovo dal nulla: il concepimento e la nascita di Cristo dalla vergine implicano un atto divino di creazione) ci offre il dono della parola. Così, la teologia della nascita, rivelatrice di un’immensa potenza nella debolezza, assicura che l’uomo può accostarsi al mistero del natale assumendone l’eredità (“nessun uomo nasce senza bagagli”: P. Ricoeur).

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Il mito del Natale

il mito del natale


Il mito del Natale. Il Natale ha ben poco in comune con le concezioni mitiche, anzi: in virtù d’esso si realizza quella distinzione che la Rivelazione compie, la distinzione fra ‘eone antico’ e ‘eone nuovo’ – così la descrive Hòlderlin.
Il mistero della sua origine divina è come evocato da questo segno semplice e umile, da questo inizio di kénósis (abbassamento) che si prolungherà fino alla croce, da questo cercare un posto per chi trova difficoltà a trovare un posto La nascita più misteriosa è illuminata: nell’origine divina e umana di Gesù sono già posti i germi di quella fede degli apostoli, di quella fede della Chiesa che riconoscerà nel bambino di Betlemme, in Gesù morto e risorto, il “vero uomo e vero Dio” (cf. concilio di Caleedonia, 451; DS 301-302), una misteriosa unione (ipostatica) di umanità e divinità.

Il mito del Natale: la nascita di Cristo

Questo bambino, nella sua povertà e piccolezza, non costituisce un fastidio, e tanto meno uno scandalo per i pastori dei campi vicini, pastori che, avvertiti nottetempo, sono infine simbolo di un Israele che ha riconosciuto il suo Signore. Anzi, ridando fiato alle voci dei profeti/senti-nelle (“Oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore”, v. 11; cf. Is 9, 5), il bambino è, per loro, un segno di Dio, un annuncio gaudioso, il compiersi di tante attese. Quello che S. Kierkegaard, più tardi, chiamerà “il paradosso del Cristianesimo”, ossia il fatto che Dio è apparso nella debolezza della condizione umana, si manifesta proprio già in questo evento di Betlemme, inizio del cammino verso il Calvario e verso la risurrezione.

La nascita di Cristo come avvento

“La nascita di Cristo, infatti, si colloca nella storia in modo altrettanto saldo e incancellabile quanto la sua morte in croce, ma anche questa riceve la sua luce soltanto dalla risurrezione del crocifisso” (R. Schnackenburg). Tutto il nostro esistere conosce qui l’evenienza della dimensione eristica; questa, alla luce del mistero pasquale, riconosce che il Figlio di Dio s’è fatto uomo; proclama che contro la futura croce si dissolve ogni discorso ri-duttivistico (o mitico), segnalando così che anche quella ‘mangiatoia’ (en phàtnè(i), ‘in prae-sepio: v. 7) riceve la sua luminosità dal prossimo evento della crocifissione, rivelando subito una testimonianza dall’agire paradossale e ‘incredibile’ di Dio, il quale – con il dono del bambino – intese offrire a noi, appunto nella kénósis, il suo avvento-incarnazione, la sua più-interessante e più profonda venuta.

Le testimonianze del mito del Natale


Un rilievo artistico ci permette di esplicitare questo dato: chi osserva l’abside policroma della basilica romana di S. Maria Maggiore noterà, tra gli altri misteri della vita del Signore, una significativa rappresentazione della sua natività: la culla che accoglie il Bambino non è una semplice mangiatoia di legno, ma è a forma di sepolcro rettangolare. L’artista ha espresso il significato della nascita di Gesù: il suo natale è già in prospettiva della morte in croce (le fasce di Maria per il neonato, le bende di Giuseppe d’Arimatea per avvolgere il corpo del Crocifisso: cf. Le 23,52-53), in prospettiva della risurrezione. Come a dire: la nascita di Gesù ha valenza teologica e soteriologica.

Il lieto annunzio della nascita

Ossia, “la Via, che è Cristo” (cf. Gv 14,Anche l’annuncio ai pastori possiede un significato teologico di salvezza: nella notte dei pastori, “la gloria del Signore li circondò di luce” (v. 9), ovvero la gloria di Dio, simbolo della sua trascendenza, diviene anche la forma della sua rivelazione, e ciò non deve comportare per l’uomo la paura , bensì il lieto annunzio della nascita: è l’evangelo (“Ecco, infatti\ vi evangelizzo”, v. 10; ‘evangelizzare’ significa appunto portare a tutti gli uomini l’annuncio della nascita di Cristo in terra), ossia l’annuncio di una grande gioia, la festa – come dice bene Rahner – “dell’eterna giovinezza”. Così, attraverso questi testi, i credenti (i pastori e noi, i ‘poveri’ secondo il Vangelo) “raggiungono la realtà nella sua duplice dimensione umana e divina, dato che qui si tratta di incarnazione” (R. Laurentin).

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La teologia del Natale

teologia del natale


La teologia del Natale. Crediamo si possa riflettere il significato teologico di questo “sole che sorge” (cf. Le 1, 78), di questo Messia che il concilio Vaticano II, riprendendo il profeta, chiama proprio «luce delle genti» (Lumen gentium, n. 1; cf. Is 49, 6). In profondità, s’intende il senso teologico dell’inizio, di una nascita sempre misteriosa, come emerge dagli stessi racconti evangelici.
La genealogia di Mt 1,1-17, che contiene di fatto il nucleo centrale della teologia dei due Testamenti. In questi si può scorgere uno schema ternario, “adombrante il mistero della S. Trinità” (J. G. Ha-mann), è una stupenda pagina cristologica, che presenta Gesù come il Messia atteso. Il suo nome apre e chiude il brano, come causa sorgiva e meta finale di tutta la storia d’Israele.

La teologia del Natale: il significato

La genealogia si presenta come una danza di nomi al ritmo della storia. Le generazioni si susseguono e scandiscono gli anni e i secoli, eventi gloriosi e tristi s’intrecciano, figure illustri e meschine si alternano, uomini e donne, la vita sembra scorrere dimentica del passato e ignara del futuro, eppure tutto riprende senso e valore quando l’Evangelista compendia la storia tracciando un diagramma così nitido e preciso che soltanto la mano di Dio può aver designato. Gesù arriva nella famiglia umana preparato e atteso da tutti coloro che lo hanno preceduto, perché tutti, a loro modo, nel bene e nel male, hanno contribuito a far fluire il tempo verso il suo approdo. Matteo aiuta a leggere in profondità, in quella lunga serie di nomi, gli avvenimenti, causati dagli uomni, ma determinati da Dio: tutto è condotto verso la meta: Gesù Cristo.

L’avvento di Cristo e la teologia del Natale

Con l’inserimento del figlio di Abramo, di Davide e di Maria nella storia, si scorge la presenza dello Spirito Santo che prepara la ‘comprensione’ del Figlio di Dio, vertice teologico di tutto il Vangelo. Con Maria di Nazaret, l’inserimento di Gesù nella storia umana è totale e definitivo (a ritroso -da Gesù si risale a Adamo – e più universalistica, ma sostanzialmente convergente, la lista genealogica di Le 3,23-38, che intende mostrare il collegamento “fra il primo Adamo e l’ultimo”: [Leone Magno] e sottolineare che l’Amore originante è più importante e forte del peccato originale).
Questa genealogia vuol dirci che la storia di Gesù è popolata di peccatori e di santi, è scritta su righe storte e righe dritte, è un’espressione coerente di teologia della grazia e anche un incoraggiamento, dato che la grazia di Dio può operare anche con persone come noi.

Dopo Gesù

La storia, dopo Gesù, non sembra più avere genealogia; in realtà, nasce con lui una nuova umanità, quella appunto che proviene dal Figlio di Dio, che è altresì figlio di Abramo, figlio di Davide, figlio di Maria.
Anche la pericope lucana (cf. 2,1-7.8-20), pur nella sobrietà dell’esposizione e nel condizionamento letterario-midrashico, lascia trasparire l’intento teologico/antropologico dell’autore. Nonostante tutti i tentativi di «sottovalutazione» (R. Laurentin) di questi ‘Vangeli’, nonostante tutte le interpretazioni ‘mitizzanti’ che sono state fatte dei ‘Vangeli dell’infanzia’, si tratta di testi che, in realtà, sono restii al travestimento mitologico (di tipo greco e di tipo induista ‘avatam ) e all’indottrinamento teologico, ponendosi, nella loro esemplare semplicità, nella linea delle limpide narrazioni evangeliche.

Le interpretazioni delle sacre scritture

Come è già stato sottolineato, qui gli Evangelisti non stanno tanto interpretando le Scritture per spiegare Gesù, quanto interpretano Gesù che getta luce sulle Scritture (mentre prima la Scrittura era la misura dell’evento, ora Cristo è la misura della Scrittura). Dentro questi testi sta la ‘storia vera’ di Gesù (bisognerebbe stravolgere lo scritto di Luca per privare di verismo l’espressione: Maria ‘partorì’ il figlio). Ora, a propiziare l’incontro dell’uomo moderno con quelle narrazioni provvede lo stesso orizzonte mentale dell’attualità, quello “in cui all’uomo è richiesto di assumere intere le proprie responsabilità”. Un incontro profondamente storico, giacché “il Dio fatto uomo è, esemplarmente, la più storicizzata delle idee”(P. Piovani).

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Avvento come coscienza del tempo

coscienza del tempo

Se l’avvento è la coscienza del tempo, è kairós imprevisto e atteso dai secoli, allora l’amicizia è in esso delineata come attesa e sorpresa. Trova il suo fondamento ultimo nella sapienza divina, è contrassegnata da valenza teologale. Ogni avventura della soggettività umana è questo incontro con l’altro e con l’Altro; intrecciando i livelli del tempo nel cuore umano, questa venuta è “come il fiordaliso del campo di grano” (D. Bonhoeffer); all’amore, cui spetta il primato assoluto (dell’amore di Dio) nel Cristianesimo, non si arriva se non attraverso i sentieri dell’amicizia, attraverso questa specie di ‘sacramento’ che è l’amicizia, che contiene la struttura di ogni amore umano (e di quello teologale). Ogni amicizia è simile all’arcobaleno del libro della Genesi (cf. Gen 9): la promessa di una vita che si rinnova e la garanzia di una sempre attuale possibilità di realizzare il (non) comandamento evangelico della carità.

La coscienza del tempo

Ogni vita umana è incontro, è il ‘tu’ che m’incontra per grazia, “un ‘tu’ che riempie la volta del cielo” (M. Buber). Perché ogni uomo è un breccia aperta sul Tu eterno. Pensare e dire ‘tu’ è l’unico modo per parlare a e di Dio, dal momento che Egli, col suo avvento, si rivela all’uomo nella relazione libera. Chi vive spontaneamente e coscientemente insieme tale esperienza, sa che essa è costituita da una qualità del donare che rimane nascosta sotto i segni, ma che noi siamo chiamati a svelare, a portare alla luce; sa che questo è proprio della sapienza. Inoltre sa che essa è uno speci-ficum che conduce a possedere una weltan-schauung (concezione globale del mondo senza ideologismi). Sa che la chiave di lettura di se stesso è la tenerezza, l’attenzione, fino a una prassi politica che diviene il respiro di Dio nell’esistenza della collettività, assorbendo il vigore del Logos (Verbum) e espugnando la definitività, dove finalmente l’immediatezza sarà compiuta. “A faccia a faccia”, profetizza la Scrittura (cf. Gv 17,24; 1 Cor 13,12; Ap 22,4).

Il tempo d’avvento


Il tempo d’avvento, che è tutta quanta l’esistenza umana, sussurra e urla il linguaggio della poesia, in grado di scavare solchi consistenti di comprensione e di gettare – dall’ombra alla luce – lampi che dischiudono l’orizzonte dell’ineffabile, del mistero imperscrutabile e amante che è Dio. Certamente, la preferenza accordata al linguaggio poetico, al pensiero e alle parole che si rendono conto dei propri limiti e si dispongono al silenzio, non esclude affatto i linguaggi concettuali: in virtù proprio dell’ avvento benevolo di Dio verso l’umanità peccatrice, la persona è di nuovo chiamata a cor-rispondere a Dio con la sua fede e a parlare di Lui in virtù di questa corrispondenza (analogia f idei). E qui richiesta quella dialettica misteriosa di silenzio/parola, condizione di un ascolto che scava, nell’assenza, la possibilità di una presenza. Il silenzio è come lo spazio in cui e da cui scaturisce e si leva la parola originaria, il silenzio dona profondità alla parola. Così il linguaggio del silenzio contemplativo, dove è possibile attraversare la ricchezza spirituale dell’altro e dell’Altro, penetra con delicatezza lo spessore personale, l’autenticità del mondo irrepetibile e dell’assoluta gratuità.

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L’adorazione dei magi

l'adorazione dei magi

L’adorazione dei magi. Nel vangelo di Matteo non sono i pastori ad adorare il bambino, bensì i magi, gli astrologi, gli interpreti dei sogni, gli uomini provenienti dall’Oriente, da lontano, i rappresentanti dei pagani. La tradizione ha visto in essi dei re. Essi sono tre re, perché rappresentano i tre campi dell’uomo, il corpo, l’anima e lo spirito, l’intelletto, il sentimento e la volontà. Si tratta di uomini regali, che sono consapevoli della loro dignità. Eppure si prostrano davanti al bambino divino, perché riconoscono in lui qualcosa che a loro manca. In questo bambino irradia Dio stesso. E quando Dio risplende in un uomo, allora l’uomo diventa quel che propriamente deve essere, l’immagine non falsata, unica e irripetibile di Dio, l’espressione singolare di Dio nel mondo.

Il salvatore è nato!

Il vero re è colui in cui regna Dio. Quando Dio regna in noi, noi siamo liberi dal dominio dei nostri malumori e delle nostre passioni, nessun uomo ha più potere su di noi, non dipendiamo più da alcuno e siamo veramente uomini regali. I magi trovano il bambino e si prostrano davanti a lui per adorarlo. Gli offrono i loro tesori: oro, incenso e mirra. I loro doni manifestano chi è il figlio di Maria. Egli è un figlio regale, cui spetta l’oro. L’oro ricorda lo splendore che circonda il re. Dio stesso è diventato uomo in questo bambino. Al Figlio di Dio spetta l’incenso, che sale al cielo e apre il cielo sulle nostre vite. Inoltre questo bambino è il salvatore. Egli guarirà gli uomini, e li guarirà soprattutto dalla ferita che più li tormenta, dalla ferita della morte. Ciò è indicato dalla mirra, il rimedio proveniente dal paradiso terrestre e capace di sanare tutte le nostre ferite.

I doni e l’adorazione dei magi


I tre doni i hanno un ruolo importante e rappresentano l’adorazione dei magi verso il nuovo nato. Mostrano anche chi noi propriamente siamo, quale sogno Dio ha fatto nei nostri riguardi. Siamo uomini regali, figli e figlie di re. Il re è colui che vive anziché essere vissuto dall’esterno, è colui che domina anziché essere dominato da altri. Il re è l’uomo integrale, che sta in sé e risponde di sé. E attraverso l’incarnazione di Dio in Gesù Cristo anche noi siamo diventati uomini regali. Dio ha trasformato la nostra natura mortale. Nel nostro profondo siamo una cosa sola con lui. Qui sta la nostra vera essenza.

Poiché Dio con la nascita del proprio Figlio ci ha divinizzati, non abbiamo più bisogno di atteggiarci a dèi che si pongono al di sopra degli uomini. Non abbiamo più bisogno di correre dietro a qualche idolo. La vita divina è in noi. Nel profondo della nostra anima siamo già arrivati al traguardo. Là sale al cielo l’incenso della nostra nostalgia, a quel cielo in cui saremo veramente a casa. E pure la nostra vocazione consiste nel sanare ferite. Non possiamo guarire uomini feriti con le nostre forze. Ma Dio ci ha donato lo Spirito sanante di Cristo, affinché possiamo assolvere il compito affidatoci: “Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni”.

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